Mostra 2011

Il Tesoro Messicano.
Meraviglie naturali dal Nuovo Mondo

Accademia Nazionale dei Lincei
via della Lungara, 10 – Roma

31 maggio – 1 luglio 2011

L’Accademia dei Lincei. Il Tesoro Messicano

Fondata a Roma nel 1603 da Federico Cesi, appena diciottenne, e dai suoi sodali Johannes van Heeck (latinizzato Heckius), Francesco Stelluti e Anastasio De Filiis, l’Accademia dei Lincei trae la sua denominazione dalla lince: l’animale, in virtù della sua potenza visiva, diveniva il simbolo dell’osservazione diretta della natura. L’Accademia cesiana ebbe vita breve: fu infatti costretta a sciogliersi assai presto, specialmente a causa dell’ostilità del padre di Cesi, che guardava con crescente sospetto alle inclinazioni e agli studi del giovane Federico. Soltanto qualche anno più tardi il sodalizio linceo riuscì a ricostituirsi e a irrobustirsi, soprattutto grazie all’ascrizione di Giovambattista della Porta (1610) e di Galileo Galilei (1611), il cui metodo sperimentale fu sotteso alle indagini lincee nell’ambito dei naturalia. Svelare i misteri della natura attraverso l’osservazione diretta dei suoi elementi divenne così lo scopo principale dei primi accademici. Nacque così una
nuova religio, quella della scienza, che impose una ferma collaborazione tra i Lincei (“Empio è colui che non vuole comunicare i beni della Scienza”). La strategia della comunicazione conosce quattro fasi: osservare, scrivere, stampare, divulgare. Coerentemente con quanto teorizzato nel Linceografo (lo statuto della prima Accademia) e testimoniato dal carteggio linceo, Cesi provvide a stampare a proprie spese diversi volumi,
tutti rivolti all’osservazione dei fenomeni naturali e spesso impreziositi da un corposo apparato iconografico: il breve trattato De nova stella dell’Heckius (1605), che ebbe origine dalla cometa che attraversò il cielo nel 1604 nella costellazione del sagittario; le Macchie solari (1613) e il Saggiatore di Galilei (1623), quest’ultimo volume dedicato al pontefice appena eletto, Urbano VIII; l’Apiarium (1625), un vasto trattato entomologico di Cesi, dedicato anch’esso al papa Barberini; il Persio tradotto in verso sciolto di Stelluti (1630).

L’Accademia non sopravvisse alla morte del suo fondatore (1630), ma ne preservò l’eredità riuscendo a pubblicare nel 1651 il volume che chiude la stagione editoriale dell’Accademia: il Tesoro messicano. Il libro (Rerum medicarum Novae Hispaniae Thesaurus seu plantarum animalium mineralium Mexicanorum historia) è una monumentale silloge di botanica, di zoologia e di mineralogia. Le complesse vicende editoriali del testo prendono le mosse dalla missione scientifica in Messico (1570-1576) di Francisco Hernández, medico di Filippo II, volta a investigare soprattutto le piante e i loro usi medicinali. Le relationes di Hernández, corredate da quasi quattromila illustrazioni, furono depositate nella biblioteca dell’Escorial e rimasero inedite poiché la trattazione fu giudicata disordinata e confusa. Pochi anni dopo (1580) Nardo Antonio Recchi, succeduto a Hernández nel ruolo di medico personale di Filippo II, fu da quest’ultimo incaricato di “studiare i disegni che il dottor Francisco Hernández portò dalla Nuova Spagna, organizzarli e porli in ordine”. Dalla revisione del Recchi sortì un’ampia epitome, anch’essa rimasta inedita, specialmente a causa delle difficoltà connesse con l’apparato iconografico dell’opera, di realizzazione difficile e dagli alti costi. Ritiratosi a Napoli nel 1589, il Recchi portò con sé il testo del proprio compendio e diverse centinaia di illustrazioni tratte da quelle hernandine. Dopo la morte del Recchi (intorno al 1595) il materiale passò nelle mani del nipote, il giurista e bibliofilo Marco Antonio Petilio. Acquisito dal Petilio il manoscritto, Cesi intorno al 1610 decise di stamparlo a spese dell’Accademia: il volume fu presto denominato Tesoro messicano dai primi Lincei. L’accademico Giovanni Schreck (Terrentius) cominciò a curare la revisione e il commento del testo, che in seguito fu notevolmente ampliato dall’“esposizione” zoologica di Giovanni Faber, cancelliere dell’Accademia, e dalle “note” e dalle “aggiunte” di Fabio Colonna. Sebbene Cesi nelle sue lettere a Galileo annunciasse l’imminente pubblicazione del volume, la stampa incontrò difficoltà e lentezze, ascrivibili soprattutto alla ferma volontà dei Lincei di stendere un commento rigoroso ed esaustivo e di produrre un apparato iconografico il più possibile ampio e fedele.
Il libro era quasi pronto nel 1630, ma in quell’anno la morte di Cesi si frappose come il maggior ostacolo alla pubblicazione. Solo nel 1651, grazie alle cure di Cassiano dal Pozzo e Francesco Stelluti, i soli lincei superstiti, il volume fu pubblicato nella sua interezza (in appendice al volume venivano stampate le Tabulae phytosophycae di Cesi, venti tavole sinottiche di argomento botanico). Il Tesoro si traduceva nel simbolo più significativo della produzione libraria finanziata dall’Accademia cesiana: esso infatti non solo era il frutto più maturo del lavoro collegiale linceo, ma si distingueva notevolmente per l’apparato di dissertazioni e di disegni illustrativi.
Il volume veniva dedicato al re di Spagna Filippo IV. Venti anni più tardi, nel 1671, la biblioteca dell’Escorial veniva distrutta dal fuoco e i manoscritti originali dell’Hernández scomparivano per sempre.
Nel 1992 l’Accademia Nazionale dei Lincei ha promosso la riproduzione del volume, per i tipi dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato e con la curatela del Socio Linceo Giovanni Battista Marini-Bettolo.

Gli Animali

Lo stupore fu il comune sentimento di tutti coloro che per primi videro gli animali del Nuovo Mondo. Famosa l’espressione di stupore di José de Acosta «En las Indias todo es portentoso, todo es sorprendente […]» (Historia Natural y Moral de las Indias, 1590). L’eco del meraviglioso si avverte in tutto il Tesoro Messicano: infatti dovevano apparire miracolose le diverse specie di armadillo e portentoso parve altresì l’altro curioso abitante delle foreste, il bradipo (Bradipus tridactylus). Anche quando sono descritti gli animali “in tutto simili ai nostri in Spagna”, come attesta Oviedo descrivendo il pécari dal collare (Tayassu tajacu) paragonato a un cinghiale, il portento salta fuori inaspettato a causa dell’ombelico sulla schiena.

Come interpretare queste sorprendenti creature? Erano nell’Arca di Noé? Come giunsero questi strani animali in un mondo così remoto? Acosta dedica diverse pagine a questo dilemma, ma sarà il gesuita tedesco Atanasio Kircher, rispettoso del dettato scritturale, a svelare l’arcano nel suo Arca Nöe in libros tres digesta (1675). Quegli strani animali non erano nell’Arca, ma nacquero dopo l’uscita dalla gran barca di Noè da assai improbabili amplessi tra gli animali posti in salvo dal Patriarca. L’armadillo fu un ibrido tra un riccio, che si avvolge su se stesso, e una tartaruga, che ha il corpo ricoperto di placche ossee, mentre i marsupiali secondo Kircher nacquero da un incrocio tra una scimmia e una volpe. Quello che popola “las Indias” è, dunque, un mondo di animali fantastici e d’ibridi improbabili.

I miracoli si aggiungono ai portenti: la fauna messicana annovera un grande Anfisbenide, Anfisbaena alba, un sauro privo di arti che gli zoologi antichi confusero con i serpenti. La sua capacità di procedere nei due sensi richiama l’anfisbena del mito greco. Il linceo Giovanni Faber, autore dell’expositio zoologica del Tesoro messicano, mette a tacere chi riteneva impossibile avere due teste alle estremità del corpo con due sentenze che in epoca di Controriforma sono inoppugnabili: “A Dio nulla è impossibile”; “Così piacque al Creatore rappresentare l’anfisbena, scolpire l’ombelico non sul ventre, ma sul dorso al nostro cinghiale messicano, e produrre diversi animali del Nuovo Mondo con altri aspetti e misure, così che tutti questi animali, se paragonati ai nostri, sembrano assolutamente portentosi”. Il portentoso, dunque, resuscita il mito. Un armadillo non è forse più incredibile di un drago? Per giunta il drago è attestato dalle Sacre Scritture. La Zoologia del Seicento supera quella di Aristotele, di Plinio e di Alberto Magno grazie alle bestie “de las Indias”, ma resta ancora per un secolo, e ancor più, avvolta nel mito e nel fantastico.

I Minerali

L’incarico conferito da Filippo II di Spagna al suo protomedico, Francisco Hernández, era preciso: inventariare e raccogliere le sostanze
medicinali del Messico. Durante sei anni (1570-76) il protomedico spagnolo esplorò l’altipiano centrale dal Golfo del Messico fino all’oceano
Pacifico, mentre altri gli fornirono informazioni che andavano dal Sonora fino al Guatemala. Con l’aiuto di tre collaboratori spagnoli e di un buon numero di informatori e disegnatori indigeni, Hernández esaminò tutti e tre i regni della Natura: anzitutto le erbe, poi gli animali e, buoni ultimi, i minerali. Il risultato delle sue fatiche fu un enorme trattato in ventidue volumi, in latino, fatto trascrivere e illustrare a colori nell’ultimo anno (1577) della sua residenza in Messico.

Hernández aveva descritto quarantasette “pietre” in 36 brevi capitoli. I loro nomi erano riportati in náhuatl, quasi sempre con traduzione in latino e spesso con l’aggiunta dell’aggettivo “messicano”. Tra le “pietre” descritte ricordiamo le terre coloranti, le gemme semipreziose (diaspro, opale, turchese, ametista, cristallo di rocca), le sostanze organiche (ambra e bitume) e quelle artificiali (nerofumo, biacca, gesso, calce). Le descrizioni più estese riguardano due sostanze comuni, ma utili (sale e nitro).

Il commento mineralogico di Giovanni Schreck fu alquanto succinto. Più estese sono invece le note e le aggiunte di Fabio Colonna, dedotte soprattutto dal trattato Dell’historia naturale del farmacista napoletano Ferrante Imperato (1599), ma implementate con nozioni tra iatrochimiche e alchemiche di impostazione paracelsiana, quando non con semplici aneddoti, che chiariscono quanta parte di tradizione mitologica e magica ancora permanesse nella medicina del Seicento.

Le Piante

Lo studio delle piante è stato uno dei temi principali dell’attività dei Lincei all’inizio del iXVII secolo: ai vegetali è infatti dedicata la prima parte del Tesoro messicano. Il volume ha lo scopo di far conoscere in Europa le piante del Messico, in particolare quelle utili (commestibili, medicinali, produttrici di fibra o legname): alcune di esse sono oggi di uso comune, come il mais.

Molte illustrazioni sono dedicate al chilli (peperoncino), un nome nahuatl che si mantiene tuttora nella lingua inglese. Compaiono poi la patata, all’epoca quasi ignorata in Europa e sospetta per il contenuto in sostanze tossiche, e il tabacco, in quel periodo considerato per le sue alquanto improbabili applicazioni medicinali. Due gruppi meritano inoltre particolare attenzione nella flora messicana: le cactacee e l’agave. Fra le tante piante americane, ancora sconosciute in Europa, compare l’abete, ben noto ai primi Lincei: in realtà non è lo stesso abete presente in Europa (Abies alba), ma l’Abies Mexicana, che si distingue per piccole differenze, al centro di una puntigliosa trattazione. Un’orchidea messicana (Dendrobium Mexicanum), infine, fu utilizzata come simbolo dell’Accademia dei Lincei con un testo celebrativo in latino. Questa pianta fu scelta per il colore del fiore, simile a quello della lince, e per la facilità a riprodursi mediante le radici: un auspicio che lo studio dei Lincei potesse essere altrettanto fecondo nel diffondere tra gli studiosi l’interesse per la contemplazione della Natura.

Nel Nuovo Mondo gli Europei si trovano di fronte a forme del tutto nuove di vegetali, donde l’ammirazione, che emerge in più punti del Tesoro messicano, per l’immensa ricchezza di forme che caratterizza la flora tropicale: le erbe, ad esempio, sono un mare magnum e la flora tutta, assai
spesso contraddistinta dallo splendido aspetto, si segnala per una diversitas davvero straordinaria. Nel Tesoro messicano i testi botanici sono sviluppati secondo uno schema preciso che comprende per ogni specie tre parti: la nomenclatura (sia latina, sia nella lingua delle popolazioni native), la descrizione (in molti casi si tratta della prima volta che una pianta americana viene descritta e illustrata in un’opera a stampa europea), gli usi alimentari e medicinali. Alcune parole nell’idioma nahuatl sono entrate anche nella nostra lingua, come “tomatl”, il comune pomodoro (Solanum Lycopersicum), che ha un ruolo essenziale nella cucina mediterranea. Il nome originario si è conservato nel castigliano, in inglese, tedesco e francese, e anche in alcuni idiomi regionali.

Galleria fotografica

Fotografie di Giovanni De Angelis